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Tutto McLaren - L'angolo del Professor
2002

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GP d'Ungheria 2002

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Forse non c’è bisogno di scomodare Giambattista Vico ed i suoi "Principi di una scienza nuova eterna ed universale" per ricordare i "corsi e ricorsi" non solo nella storia del passato, ma anche nella più "leggera" recente cronaca sportiva: vi sono stati infatti i periodi McLaren, Williams ed ora siamo in quello della Ferrari: cosa c’è di strano ?

Se la superiorità agghiacciante della Casa di Maranello può trovare una superficiale giustificazione in questo avvicendarsi di supremazie che periodicamente si alternano, specie nella F.1, va approfondito, a mio modesto avviso un altro aspetto che invece è assolutamente attuale o per lo meno acquista oggi un significato molto più determinante rispetto ad un passato anche recente. Alludo a quel tentativo di quantificare in misura percentuale l’incidenza dell’abilità del pilota nella prestazione complessiva, ovvero nel numero di vittorie ottenute dal singolo Team.

Se ai tempi di Enzo Ferrari, il "Drake" parlava di 50%, già nel 2000, anno in cui partecipai a Monza ad una sorta di "summit" di tecnici e giornalisti in cui, fra i vari temi trattati si parlò anche di tale problema, la percentuale era scesa, divenendo 75% vettura e 25% pilota, per arrivare all’inizio del corrente anno, al parere di un personaggio come Stirling Moss che azzardava l’incidenza del pilota essere ridotta ulteriormente al 20%. L’Asso inglese non prendeva per altro ancora in considerazione la telemetria bidirezionale e l’importante passo avanti nel controllo di trazione frutto di questi ultimi mesi: alla luce di tutto ciò, volendo ipotizzare ora una cifra verosimile, è credibile affermare che l’abilità del conduttore non incida più del 15% nelle vetture di prima fascia, ovvero le più dotate di tecnologia d’avanguardia.

Qualche lettore potrebbe a questo punto chiedersi perché di questa lunga dissertazione a premessa del Commento al G.P. d’Ungheria, ed in effetti il problema non è strettamente legato alla Gara da poco disputata; mi pare invece opportuno sottolineare come la vittoria scontata di Barrichello al fine di portare punti preziosi alla sua classifica piloti, sino ad ora deficitaria data la vettura di cui è alla guida, sia anche legata alle considerazioni di cui sopra.

Abbiamo infatti più volte sottolineato come il buon Rubens abbia dimostrato di essere un onesto professionista, ma non più di tale: la facilità con cui ha vinto a Budapest, anche ammettendo uno Schumacher consenziente ed un Team finalmente forse più attento del solito alle sue performance, conferma in linea di massima come, alla guida di una Ferrari, oggi potrebbe vincere qualsiasi pilota di media caratura in F.1.

Il problema quindi non consiste tanto nelle classifiche, nei punti conquistati, nei record ottenuti ecc., quanto nella stessa sopravvivenza della competizione automobilistica, intesa come evento sportivo e, più in generale, come spettacolo.

Risulta infatti avvilente che si verifichino delle situazioni come in Ungheria ed altrove, ossia che le vetture migliori facciano corsa a sé, con precisi ordini di scuderia, lasciando lo spettatore medio ad "entusiasmarsi" per un sorpasso od un "pit stop" più veloce, non avendo altro da guardare: mi pare tutto così infantile e soprattutto privo di significato agonistico.

Ciò non toglie nulla al valore di una Marca che, anno dopo anno, ha progredito incessantemente fino a superare largamente gli avversari, anzi a tale Casa deve andare tutto il merito e l’ammirazione di chi di F.1 si interessa con attenzione e competenza; rimane per altro il fatto che, per la variazione dei circuiti ( di cui abbiamo più volte parlato ), per il contributo determinante degli automatismi elettromeccanici o squisitamente elettronici, per le trasmissioni via etere, insomma per una tecnologia assai evoluta e che, per forza di cose, acquisterà sempre più importanza in tale sport, possa capitare che intere annate agonistiche perdano assolutamente di significato ed interesse, col pericolo di lasciare delusi tanti appassionati col rischio di perderli per strada.

A questo punto, elogiare il quarto posto di Raikkonen ed il quinto di Coulthard, può costituire una sorta di contentino per i "poveri", quasi come la caccia ai punti preziosi per la spartizione della "torta finale" che, potrà naturalmente importare ai Team sempre affamati di danaro sonante, ma che lascia abbastanza delusi i veri sportivi, specie dopo aver fugacemente rivisto spezzoni di questo G.P. con attori come Prost, Senna, Mansell ed altri di solo dieci anni or sono.

La differenza fra questo e quel mondo è fondamentale: scegliamo lo spettacolo automobilistico o perdiamo un paio d’orette sfogliando distrattamente il giornale aspettando che qualche motore fonda o che un pilota distratto finisca in testacoda? Se poi l’interesse si riduce alla descrizione delle vicende familiari, ai figli, fidanzate o cambiamenti di Team dei vari piloti del "Circus", allora saremo sicuri di aver toccato il fondo.

Cari saluti a tutti, in attesa di tempi migliori.

Fabrizio Pasquali

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